Sudafrica e rugby a braccetto con la storia

In questo paese, il rugby è molto di più di uno sport, è uno stile di vita, una religione. Gli springboks con il trionfo mondiale del 1995, hanno unita quella nazione sancendo forse la fine dell’apartheid. Una storia che ha ispirato anche il mondo intero..

La squadra degli Springboks ha rappresentato il Sudafrica dal 30 luglio 1981, quando giocò la sua prima partita contro una squadra Britannica. Fu anche parte determinante nella creazione della coppa del mondo, anche se non vi partecipò nei primi due a causa dei boicottaggi anti Apartheid. Prima del 1995, il rugby significava una cosa per i bianchi e un altra per i neri, gli Afrikaner in particolare erano molto devoti, e la squadra  degli Springboks ne era ricca  di quest’ultimi, era il loro gioco. I neri invece tifavano sempre per la squadra avversaria e esultavano quando gli Springboks perdevano ed il motivo era l’Apartheid stesso, odioso come il vecchio inno e la vecchia bandiera. Loro infatti potevano giocare per altre squadre nazionali, ma non per quella che rappresentava la loro nazione.Durante la prima metà del’ diciannovesimo secolo, il rugby si unì alla politica e al nazionalismo Afrikaner, poiché vedevano nei successi degli Springboks, il riflesso delle loro conquiste come civiltà.

Pensate che alcuni ex giocatori degli springboks, divennero  membri del partito nazionale ed erano associati ad una società segreta chiamata Broederbond, costituita da Afrikaner maschi, il cui scopo era quello di far progredire la loro gente. Negli anni successivi grazie al sostegno  di questa fratellanza, il partito nazionale fondò la Group Arèas Act che separò anche i campi da rugby, in tal modo che ai Sudafricani neri era vietato l’ingresso alle strutture di allenamento di livello superiore impedendo di indossare una maglia degli Springboks, facendo si che il simbolo della squadra rappresentasse solamente i valori Afrikaner. Lo Springbok simboleggiava la supremazia della superiorità razziale.

Ma come la politica anche il rugby Sudafricano ha dovuto arrendersi alla ” separazione razziale” grazie alle pressioni internazionali e anche del paese stesso. Nel 1963 nacque il comitato Olimpico non razziale, chiedendo un boicottaggio della partecipazione del Sudafrica alle Olimpiadi del 1964, e fu così che per colpa delle sue politiche fù estromesso.

La capacità di unificare del rugby è stata per anni ignorata, e veniva utilizzata come forma di oppressione. La legislazione e l’ideologia razzista impedì ai Sudafricani neri e bianchi di giocare assieme, anche dopo le riforme del 1976, in qui i neri dovettero affrontare  barriere insormontabili. Il ruolo di questo sport però risultava ambiguo perchè a volte unificava i Sudafricani disparati altre volte ne ha innalzato tali disparità.

Nel corso del XX secolo, gli Springboks si erano guadagnati la reputazione di squadra che giocava il rugby più duro al mondo, tutti Afrikaner, ed incarnavano la perfetta metafora della segregazione razziale

Ma per una persona in particolare il Rugby era un mezzo per costruire una nuova nazione, e unire il paese più diviso dalle questioni razziali che esistesse al mondo. Nelson Mandela

Nell’ agosto del 1992, qui il Sudafrica giocò la prima partita internazionale dopo 11 anni allo stadio Ellis Park di Johannesburg, contro la Nuova Zelanda, e l’ANC chiese a gran voce che quell’evento non venisse usato per promuovere i simboli del’ Apartheid, ma fù un fiasco in quanto gli Afrikaner non mantennero la promessa fatta. Mandela però sostenne con veemenza la necessità di utilizzare il rugby come mezzo di persuasione politica, ma difficile da argomentare davanti ad una popolazione che aveva subito soprusi da parte dei bianchi, e allo stesso tempo Mandela doveva tenere conto delle paure e delle aspirazioni degli Afrikaner.

Nel gennaio del 1993 Madiba fece un regalo prezioso ai bianchi e forse inaspettato : i mondiali di rugby del 1995, in cui non solo il Sudafrica vi avrebbe preso parte per la prima volta, ma avrebbe ospitato la competizione. La risposta di gratitudine che Mandela aspettava, non arrivò, anzi la destra bianca intensificò la propaganda intenzionata a prepararsi ad una guerra civile. Prevalse ancora una volta Mandela che riuscì, a fare breccia negli Afrikaner che avevano a cuore il loro paese, e volevano salvaguardare le sorti delle loro famiglie, e sopratutto il Rugby che per loro rappresentava un incentivo, un fattore personale. Portaglielo via sarebbe stato un grosso danno,e sicuramente gli avrebbe spinto verso posizioni politiche estreme.

La partita che giocarono contro la Francia, una potenza del rugby mondiale, contro la quale il Sudafrica non poté giocare per tredici anni, diede a Piennar il capitano degli Springbioks e alla squadra tanto orgoglio, e se anche finì con un pareggio rappresentava una sorta di vittoria.

Il 17 giugno del 1994 Piennar, si recò agli Union Buildings per fare un incontro che cambiò la sua vita, e quella degli Springboks.

Agli occhi di Mandela, Francois si sentiva un ragazzino ai piedi di un vecchio saggio, e all’epoca non se ne rese conto subito, ma conquistare la sua stima e del resto della squadra era importante per Mandela, facendogli capire che loro non erano più semplicemente una squadra di rugby, ma molto di più, considerando gli Springboks non più nemici ma compratoti. Un messaggio molto chiaro, usare lo sport per unire una nazione, promuovendo idee che potevano condurre alla pace e stabilità. Piennar fu risucchiato dall’ aura di Mandela, facendosi un idea immediata, vai e vinci indossando quella maglia verde oro con orgoglio, avendo l’appoggio di tutti i Sudafricani, in primis del presidente. Piennar doveva consolidare e unificare gli Springboks e ciò richiedeva anche abilità politica,per arrivare a ciò che Mandela desiderava di più, d’altro canto lui si era esposto per loro e si aspettava riconoscenza.Oltre al capitano degli Springboks, all’interno dello staff ci furono due elementi chiave come Edward Griffins un ex giornalista dalle idee liberali, lodato per aver dato un contributo prezioso e durevole per aver coniato uno slogan ” Una squadra, un paese”

Du Plessis, invece era lo spirito guida della nazionale, colui che aveva il compito di persuadere la squadra a comportarsi in tal modo che per la popolazione nera, quel motto non erano solo parole al vento.  Anche l’inno ” Nkosi Sikelel’ iAfrica fu una rivelazione per la squadra, e a poco a poco lo impararono, e per alcuni giocatori in particolare aveva un effetto magico su di loro. Da li in poi la fu un ascesa verso il campionato, fatta di vittorie, diritti verso la finale: 24 giugno 1995 stadio Ellis Park, Johannesburg. Sudafrica 15- All Blacks 12.

Il simbolismo di quella giornata fu sconvolgente, e qella maglia verde- oro il simbolo dell’Apartheid si anullò davanti agli occhi del Sudafrica e del mondo intero, creando un nuovo emblema buono.

Madiba ne era stato l’artefice, e ora incarnava amore e generosità

Gli Springboks vinsero un altro campionato nel 2007, in quell’anno correva il novantesimo compleanno di Madiba e in tutte le maglie della squadra c’era impresso il numero 46664 in suo onore.

Ad oggi gli Springboks devono affrontare una crisi di identità, un processo di cambiamento che va dalle quote nere, che fa parte del rugby Sudafricano dal 2007. La partecipazione ai mondiali del 2023 rappresenta una enorme opportunità sia come successo politico e anche  sportivo.

” Niente sarà come prima ” Quel 25 giugno c’era il sostegno di quaranatatrè milioni di Sudafricani.

” Francois, grazie per quello che hai fatto per il nostro paese ”

” No grazie a lei Signor Presidente, per quel che ha fatto per il nostro paese”

Voglio pensare che possa riaccadere di nuovo.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

it_ITItaliano